ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO

09/05/2024


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Anche in questo Abbiamo sempre vissuto nel castello, pur non essendoci riferimenti diretti a eventi sovrannaturali o a presenze spettrali, l’angoscia che sottotraccia si impadronisce pian piano del lettore e l’inquietudine dovuta a fatti parzialmente taciuti portano ad accostare anche questa ultima opera della Jackson all’affascinante filone del gotico di matrice anglosassone. Ciò che più colpisce di questo breve romanzo è la sensazione di atemporalità di cui le pagine della Jackson sono pervase: se alcuni elementi della narrazione ci lasciano capire che il dipanarsi degli eventi non può svolgersi in un’epoca troppo distante da quella contemporanea la data di pubblicazione (il libro fu edito in prima battuta nel 1962), lo stile di vita delle protagoniste del racconto e soprattutto lo stile di scrittura della Jackson (adattato dalla traduttrice Monica Pareschi) riportano facilmente la mente del lettore alla letteratura di fine Ottocento o comunque a un periodo decisamente precedente gli anni di pubblicazione del libro o di quelli in cui si svolgono i fatti. Fatti non tutti limpidi fin da subito…

“Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciott’anni e vivo con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani, e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti”.

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Fonte: La Firma Cangiante
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