Atlante Appennino | Elisa Veronesi – ESTRATTO

03/02/2024


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Boschi e foreste risalgono piano ovunque. Fermarsi e provare ad ascoltare questa processione, udirne i tonfi: rami che si spezzano, tronchi che fracassano al suolo, radici che si attaccano al terreno, sforzi costanti alla ricerca del fresco, dell’acqua, della luce. Fusti esploratori indagano nuovi tracciati o, dove possibile, tornano a ricoprire campi e brughiere in abbandono. Nel mezzo a tutti i rumori che abitano il bosco, ascoltare questo brusio radicale in movimento: il canto di un codirosso intramezzato da lunghe pause e quello insistente, ciarliero, di un beccafico. Il mormorio del sottobosco è accompagnato dal passaggio improvviso di una libellula a indicare la presenza non lontana dell’acqua, dal ronzio di mosconi luminescenti e dal passo lesto del coleottero che scalcia su una corteccia. Al limitare superiore della fitta vegetazione, intanata in qualche angolo, un’arvicola delle nevi lavora senza sosta allo smaltimento di piante e mirtilli e si prepara a uscire dal suo spazio invernale.

Immersi nella moltitudine sonora e animata che risuona tra gli alberi, oggi è difficile immaginare che le prime foreste furono luoghi silenziosi. Paludi di lussureggiante vegetazione immersa nell’acqua, solo qualche libellula a ritmare il crescere quieto delle piante, pioniere fuoriuscite dal mare.

Si entra nella foresta accompagnati da un freddo improvviso.
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Fonte: Zest Letteratura Sostenibile
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