Cartografia dell’oscurità computazionale

06/05/2024


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In un testo del 1981, Jean Baudrillard parte proprio da questo racconto di Borges per affermare come, con l’avvento dei mass media, simulacri e simbolismi della cultura di massa si siano profondamente radicati nella realtà percepita al punto da divenire indistinguibili. Dall’avvento della computazione in poi e oggi con l’affermarsi di tecnologie avanzate basate sull’intelligenza artificiale ci troviamo costantemente a misurarci con modelli discreti di rappresentazione del dato di fronte ai quali occorre farci delle domande ben precise: quali sono le limitazioni di questi modelli? Come l’architettura tecnologica sostiene questi modelli e i loro limiti? In che modo i modelli coincidono con quello che viene plasmato dalle tecnologie stesse?

La linea attuale del progresso tecno-scientifico sembra replicare ed estendere logiche preesistenti di accumulazione e colonialismo, come ci fanno notare Ben Vickers, K Allado-McDowell, curatori del volume Atlas of Anomalous AI: «Il capitalismo ha sempre avuto una dimensione spaziale. È sempre dipeso dalla terra per l’accumulo di ricchezza». Proprio l’intelligenza artificiale, a una lettura approfondita, appare come un territorio dominato da risorse estrattive, cioè i dati; i dati, a loro volta, determinano l’attribuzione dei server, la proprietà dei software e gli algoritmi in grado di elaborarli. Come afferma Matteo Pasquinelli in Atlas of Anomalous AI, «l’architettura dell’AI può essere una black box ma il suo territorio non lo è». Ripartire allora dall’esplorazione di questo territorio è al centro delle pratiche di artisti, attivisti e ricercatori.
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