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Challengers, la recensione: si vis pacem, para bellum

24/04/2024


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Sesso, sport e manipolazione sono gli organi di un triangolo tossico
e al contempo eccitante, in cui la scelta più sana (se così vogliamo dire) per la risoluzione del conflitto diventa ciò da cui ci dobbiamo allontanare. Non si tratta di frenare danni irreparabili, quanto più di scoprire gli scenari dove può condurre l’ossessione. Lo stesso motivo è ravvisabile anche in Whiplash (2014) di Damian Chazelle. In quest’ultimo Andrew Neyman si convince, grazie alla durissima lezione del suo maestro Terence Fletcher, che essere il miglior batterista al mondo significa sacrificare l’amore e la famiglia. In modo analogo, anche i protagonisti di Challengers sacrificano qualcosa di loro stessi: nel caso dei due uomini, l’attenzione spasmodica per Tashi perseguita tanto il corpo teso della volpe Patrick quanto l’autostima dell’ingenuo Art; entrambi sacrificano la propria amicizia in virtù di un’ossessione mai consapevole.

In particolare, Art non si rende mai conto per cosa gioca veramente; cammina come uno sconfitto e cova una rabbia che è trattenuta per la maggior parte del film.
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Fonte: DassCinemag
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