Chiacchierando con Marco Cassardo

13/05/2024


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Un romanzo popolare che si innesta nella tradizione manzoniana, a partire dalla narrazione in terza persona. Una voce onnisciente che sa e comprende meglio e più dei personaggi, e che prende per mano il lettore e lo guida nelle pagine della storia infinita del Novecento, tra eventi di grande fama come il fascismo, la disastrosa campagna in Russia, le lotte operaie, lo stragismo e il terrorismo, ma anche vicende meno note, come il racconto dei giorni successivi al 25 aprile 1945, in un clima ancora di violenza e morte, il contrabbando, l’uccisione dell’ultimo federale di Torino Giuseppe Solaro, la fabbrica della Stella Rossa in cui la dirigenza Fiat esiliava gli operai comunisti, l’incendio al cinema Statuto. In un chiaro e riuscito intento di intrecciare la Storia nazionale con la Storia della città di Torino, o anche di osservare la Storia attraverso la serratura delle strade del capoluogo piemontese, che insieme con Steu e Nando è protagonista del romanzo.

Che Storia racconta Eravamo immortali?

RISPOSTA: È una specie di matrioska il modo in cui ho scelto di raccontare la storia.
Ci sono 60 anni di storia d’Italia, all’interno della storia italiana la storia di Torino, all’interno della storia di Torino la storia di Nando e Steu e delle loro mogli, Fernanda e Piera.
È la grande Storia che si intreccia con la piccola storia di uomini e donne. A volte è la Storia con la S maiuscola a prendere la scena, altre la piccola storia dei protagonisti, diciamo che piccola storia e grande storia si danno il cambio a fare l’andatura, come in una corsa ciclistica. Non c’è una storia più importante dell’altra, è un continuo intrecciarsi di pubblico e privato.
Hai ragione, Torino è protagonista del romanzo, possiamo dire che fa da sfondo e da mediatrice del continuo scambiarsi il ruolo di primattore tra grande storia e piccola storia.
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Fonte: Giuditta legge
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