CIVIL WAR

30/04/2024


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Proprio nell’anno delle elezioni americane, un film inglese costruisce una minacciosa allegoria sul fallimento della democrazia prendendo ad emblema quella che si auto-definisce “la più forte democrazia del mondo”, per raccontarci uno scenario distopico ma tutt’altro che improbabile in tempi di grande inquietudine a livello mondiale. Aldilà degli “interpreti”, è bene chiarirlo.

Non a caso il film di Garland non spiega niente, non riporta nessun antefatto. Non è importante il come ci si è trovati nel mezzo di una guerra civile ma il perchè essa è deflagrata, con ovvi rimandi alle mire autoritaristiche di chi si atteggia da sempre a protettore del mondo ma tradisce invece istinti “colonizzatori” e di presunta superiorità intellettuale. Il canovaccio di Civil War è lineare, disarmante nella sua essenzialità: c’è un Presidente (americano) che governa da tre mandati, ha avocato a sè tutti i poteri e vuole sciogliere l’FBI per farne una milizia personale. Non controlla più il Paese, che gli si è rivoltato contro, ma lancia farneticanti proclami di vittoria mentre le forze ribelli sono ormai a poche miglia di Washington (solo io ci vedo un riferimento a La caduta – gli ultimi giorni di Hitler?), strette in una strana alleanza tra Texas e California (due Stati ideologicamente opposti, uno repubblicano l’altro democratico, quasi a voler prendere le distanze dal presente ed evitare polemiche “elettorali”)
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