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Come raccontare l’esperienza dionisiaca. Un’intervista a McKenzie Wark

08/07/2024


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Nel libro parli dei rave come di una situazione costruita. Scrivi che il modo di vivere il rave è il K-time, il tempo ketaminico, dove non c’è una visione del futuro, nessuna utopia, ma solo il presente. Mi ha fatto pensare a quello che scrivevi in Molecular Red: “There is no other world, but it can’t be this one”.

Negli anni Novanta, parlare di rave significava parlare di utopia, resistenza, sovversione. Di trascendenza. Il problema è che queste parole mettono molta pressione. I rave invece sono una cosa per persone ai margini: non c’è bisogno che diventino un’allegoria per i bisogni politici di tutti gli altri. È troppo. E quel linguaggio quindi mi sembra ormai logoro. Perciò volevo creare a una lingua diversa, per parlare oggi di rave, più vicina a quella che già le persone usano, quindi più appropriata, ma che poi fosse mia, che emergesse dalla mia esperienza. È parte del mio lavoro di scrittrice, rendere strana la lingua. Ci abituiamo a ripetere le stesse cose allo stesso modo. Cambiamole un po’, le parole…

Nel libro c’è però anche una componente più sotterranea, un’incursione nella filosofia del tempo. Parlo di “tempo laterale”, una sacca nel tempo che contiene altro tempo: è il tempo dissociato che si vive nel rave. È dentro questo tempo che si crea quello che definisco il “rave continuum“, cioè quell’unico flusso che unisce tutti i rave a cui si è andati, un flusso dove i momenti confluiscono l’uno nell’altro e dove tutti i rave passati, presenti e futuri sembrano connettersi.
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Fonte: Lucy sulla cultura
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