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Essere profughi nella propria terra: “Il collezionista di paure” di Goran Vojnović

26/03/2024


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Con uno stile narrativo influenzato dall’esperienza da sceneggiatore, Vojnović ripercorre le tappe della propria vita, dall’infanzia ai giorni nostri, ridefinendo il proprio rapporto con il conflitto che ha lacerato la sua terra natia, costringendolo a rivalutare continuamente la propria identità e a riflettere su di essa. La disgregazione della Jugoslavia ha comportato non solo il crollo di uno Stato, ma anche di una cultura ricca e piena di sfaccettature: sono nati confini dove prima era riconosciuto un unico popolo e molti sono diventati stranieri nelle loro stesse case.

L’emigrazione è uno dei temi centrali dell’opera. Il giovane Vojnović, ancora adolescente, si ritrova ad affrontare il disagio della non-appartenenza, della mancanza di una Patria che possa riconoscere come sua. Arriva a definire la sua estraneità come vera propria essenza, fino a giungere alla formula Non appartengo, dunque sono” (p. 21). Nel racconto Un ragazzo al ballo della scuola, i suoi compagni gli affibbiano l’appellativo cefur, termine dispregiativo sloveno che veniva utilizzato per indicare gli immigrati provenienti dalle Repubbliche meridionali dell’ex Jugoslavia. Infatti, malgrado sia nato e cresciuto a Lubjana, Vojnović è figlio di immigrati: il padre viene dalla Bosnia, la madre dall’Istria croata.
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Fonte: Andergraund
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