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Il vuoto lasciato da César Luis Menotti

06/05/2024


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Quel Mondiale – il “mondiale della vergogna”, come verrà chiamato, delle combine presunte, della marmelada peruana, dei centri di detenzione clandestina e tortura a seicento metri dagli stadi – è stato anche il tuo capolavoro di retorica, di diplomazia, Flaco.

Hai saputo mescolare il linguaggio della strada, quello che profuma di potrero, con la lingua degli intellettuali: sogni, gente, infanzia, tutto insieme. «Buttate un occhio agli spalti: ci sono i vostri genitori, la gente che ha sempre creduto in noi, i metalmeccanici, i panettieri, i macellai, i tassisti. Noi siamo il popolo, veniamo dalle classi oppresse, rappresentiamo l’unica cosa legittima di questo paese: il calcio. Non giochiamo per le tribune d’onore, per gli ufficiali: giochiamo per la gente. Non possiamo deluderli: dobbiamo dare la vita, in questa partita». Potevi fare di più, Flaco?
Dopo la finale con l’Olanda, dopo il trionfo, Flaco, te ne sei stato seduto su un tavolo, con la testa poggiata alla parete, gli occhi chiusi. Olguín ti ha abbracciato, ti ha detto «tra un mese nascerà mio figlio, Flaco. E io ho già deciso come lo chiamerò: lo chiamerò César».
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Fonte: L'ultimo uomo
nel canale: calcio