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#intervistesporche 4. Pierluca D’Antuono: di bolla, riviste letterarie e arrivismi

01/04/2024


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Una volta pensavo (o speravo) che la rivista letteraria dei tempi del web potesse essere un libero laboratorio di scrittura e di discorso intorno alla letteratura.
Oggi penso di aver sperato per anni in un’utopia solo per eccezione realizzata con “CrapulaClub” (che ho co-diretto negli anni 2014-19). Una utopia mai più – per quanto lo desiderassi – replicata in altri tentativi (le esperienze di co-direzione de “Il Pickwick” prima, e di “In allarmata radura” dopo), laddove arrivismo o individualismo si sono rivelate “costanti”.
In generale, ne ho concluso, la rivista oggi non è un fine (cioè non è fine a sé stessa e quindi libera) bensì un mezzo: l’obiettivo di questi progetti è avere accesso a quel mondo con cui, al contrario, si dovrebbe invece cortocircuitare (ma questa magari è solo una mia idea ingenua): l’editoria (e qui aggiungo, en passant, l’opposizione che dovrebbe vigere tra la gratuità delle riviste online e le necessità di mercato dell’editoria).
Espresse le mie idee, ti chiedo, Pierluca, di “mostrarmi” la tua idea di rivista letteraria e di dirmi che ne pensi del panorama attuale delle riviste.

Negli anni, rispondendo alle domande su Verde, ho potuto ricostruire che nel 2007, in uno spazio che si estendeva dall’aula 10 della facoltà di Lettere e Filosofia della terza università all’aula VI autogestita della Sapienza, dal cinema Madison di Via Chiabrera a Via degli Equi 6 a San Lorenzo, da Piazza De André – nonostante l’odonimo – alla Magliana alle Terme di Diocleziano e lungo i banchi di libri a Piazza della Repubblica, dal Ser.T di Torpignattara a quello di Via Fornovo a Prati e talvolta a Via Ramazzini, dalla stazione Termini a un piccolo nucleo di profili Myspace architettati in un Html condiviso e sbalorditivamente conciliante la lettura, in compagnia di telefonisti inbound ossessionati da Porpora Marciasciano e poete EAP scomparse in Abruzzo, grafomani campani ultratrentenni e infermieri antisemiti, eroinomani ottimisti e di sinistra e fotografe punk dell’Onda, tatuatrici brindisine senza storia e portieri d’albergo sardi dal passato francamente inquietante, grafiche femministe iscritte allo IED e gemelle lucane abbonate a Left, videoartisti spagnoli legati a Batasuna e stalker senegalesi sinceramente antiberlusconiani, leggendo Alda Teodorani e i Millelire di Stampa Alternativa, Nanni Balestrini e Carlo Bordini, Tassinari Stefano e Tassinari Ugo Maria, Philip Dick in francese e sudamericani minori di cui non ricordo il nome, i franchi narratori Feltrinelli e Il suicidio in Italia negli ultimi 30 anni di Rosa Anna Somogyi, S.H. Palmer e Ottavia Spisni, un romanzo di Dana Spiotta e Ilaria Palomba già allora, i primi tre capitoli in samizdat di Giungla Domestica, che a Torpignattara godeva di un autentico e a ripensarci oggi inverosimile stato di culto, rinunciando serenamente a Genna e scoprendo Stefano Tamburini, non credevo di sperare un’utopia ma di vivere una città.

La bellezza delle pagine di Frigidaire era la possibilità di lasciarsi fulminare dalla “presenza fantasmatica di un evento colossale”, il segno di quel tempo che sembrava identico a quello che vivevo io trent’anni dopo, perché il fine era riconoscere, ricostruire, condividere e restituire la narrazione del corpo a corpo con la città come spazio reale e vissuto di elaborazione letteraria, al di là delle ragioni anagrafiche, storiche o dei luoghi stessi.

Così è iniziato e questo è stato per me allora fare rivista, un luogo popolato e spettrale dentro a un luogo desolato ma vivido, non un fine ma un mezzo desiderante legato al tempo che non ha niente a che vedere con l’editoria. L’editoria è una montagna di merda, ma è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine.
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Fonte: Antonio Russo De Vivo editor
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