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La Grande Abbuffata: sugli aspetti psicologici e relazionali (Pt.2)

13/05/2024


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Nel 2017, a chiusura del mio post, scrissi infatti: “Ancora una volta un’opera proveniente dall’Oriente si occupa del corpo; un corpo che è espressione della mente e dell’anima, e nel quale il male di vivere diviene un grumo che per sciogliersi richiede l’annientamento della carne stessa. Yeong-hye intraprende un cammino non dissimile da quello degli asceti che, soffrendo e immolandosi, entrano in comunione con la divinità, una divinità immanente che è stata assorbita dalla natura; forse per rendersi immune dalla sofferenza stessa, oppure come forma di ribellione, in una maniera chiara e radicale di riappropriarsi del proprio corpo, perché corpo e anima sono un tutt’uno. D’altra parte, come la storia di Gesù c’insegna, è il sacrificio (sàcer fàcere) che rende sacri.

Il titolo “La vegetariana” è in realtà fuorviante, perché il disturbo di Yeong-Hye non ha nulla a che fare con il vegetarianismo e neppure con il veganismo. Pensavo addirittura che potesse essere una forzatura dell’editore o della traduzione italiana, tanto più che si suppone che la protagonista sia schizofrenica, ma a quanto pare “채식주의자”, o “Chaesikjuuija” (così il libro si intitola in originale) è proprio il termine coreano per “vegetariana”. Intitolare in questo modo un racconto tanto estremo è un po’ come buttare benzina sul fuoco, dato che vegetariani e vegani in genere non godono di una buona fama. Non ho idea se questo stigma sia diffuso anche in Corea (leggendo questa storia, parrebbe di sì), ma se lo è, la cosa ha forse a che fare con il sottrarsi alle convenzioni sociali in una realtà in cui l’omologazione è un elemento essenziale della vita comunitaria, e non tanto con la magrezza di per sé (credo anzi che per i coreani, e gli orientali in genere, essere molto magri sia la norma).
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Fonte: The Obsidian Mirror
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