LA MIA RUSSIA – ELENA KOSTJUČENKO

03/04/2024


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“Marginalità”. Questa a me è sembrata essere la parola chiave della maggior parte dei reportage presenti in questo libro.
Si vive una condizione di marginalizzazione anche quando ad avanzare è la modernità, come nel caso del Sapsan, il treno ad alta velocità che collega Mosca a San Pietroburgo in 3 ore e 45. Il Sapsan ha infatti stravolto il trasporto locale e il tessuto sociale di tutti quei piccoli centri e villaggi tagliati dalla linea ferroviaria. Marginali, appunto. Considerati non abbastanza importanti. Chi ha la sventura di abitare lontano dalle linee dirette tra le grandi città, vive la sua odissea quotidiana. Treni locali annullati, orari impossibili o inaffidabili, discrepanze infrastrutturali dei collegamenti ferroviari tra Mosca e provincia che sono a tutto danno dei lavoratori pendolari che spesso si ritrovano disoccupati (e dunque senza mezzi di sussistenza) perché letteralmente, assurdamente impossibilitati a raggiungere il loro posto di lavoro.

Una marginalità feroce, spietata (le parole della Kostjučenko diventano immagini di esclusione) è quella che si vive ai bordi di un’autostrada di provincia in cui donne provenienti da famiglie povere si prostituiscono sognando la capitale [personale parentesi-divagazione-associazione di idee: il celebre “Mosca! Mosca!” delle Tre sorelle di Čechov acquista qui un senso disperato e sinistro] e un matrimonio. Sull’autostrada feroce è la concorrenza tra quelle che lavorano organizzate stabilmente in piccole baracche-bordello e le “ambulanti” che “per una bevuta vanno con chiunque” e le “autostradali” che lavorano per proprio conto a bordo strada.
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Fonte: NonSoloProust
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