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La realtà parallela di Civil War di Alex Garland

18/04/2024


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Civil War
diventa (e quasi si trasforma davanti ai nostri occhi) in un funereo on the road, abbraccia il genere, la storia americana, cinematografica e non, per intonare quel che appare come un definitivo de profundis. La coppia di fotoreporter canonica, pelo sullo stomaco e scarsa fiducia nel futuro, ha però i suoi necessari contraltari: il vecchio giornalista saggio e la giovane rampante, sempre sospesa tra terrore ed eccitazione. È in una sempre più complessa riduzione verso l’estrema distillazione di questa serie di sguardi diversi che impareremo a ipotizzare – ma mai a capire, ché quello Garland non lo concede – ciò che si dipana davanti ai nostri occhi. Garland mostra l’orrore nascondendo le ragioni, ci pone davanti all’ineluttabile senza porre regole di ingaggio né alibi ideologici.

Ciò che vediamo, ovvero la deriva animale del genere umano, il suo declinarsi in variabili forme di orrore, è ciò che siamo, senza spiegazioni o motivazioni. E ciò che siamo, o che siamo diventati, ridotti al nostro peggio, è la traccia del nostro unico futuro possibile. Civil War è, a suo modo, un film dell’orrore. Non ci sono ragioni e alibi perché, nello stato ferino in cui siamo precipitati, sembra non esserci né un prima né un dopo. Ci sono zombie viventi e assassini seriali, figure amorali e normalizzazioni spietate: c’è la natura intrinseca della guerra, senza ragioni e senza pretesti.
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