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“La vivisezione. Responsabilità e scrittura in Luca Rastello” di Elia Faso

08/05/2024


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L’etichetta “romanzo degli anni Settanta” sembra stare stretta a Piove all’insù, tanto più se concentrandosi sul rapporto fra il protagonista e suo padre lo si avvicina ai romanzi familiari degli ultimi decenni studiati da Gabriele Vitello, spesso portatori di rappresentazioni psicologicamente e ideologicamente banalizzate degli “anni di piombo”; sarà meglio considerarlo un romanzo senza ulteriori attributi, se all’abusato termine “romanzo” si restituisce uno dei suoi sensi più proficui, quello di arte che tenta di raffigurare “la totalità estensiva della vita”, di tecnica linguistica e narrativa che grazie alla mimesis permette agli esseri umani di prendere “coscienza di sé in quanto esseri particolari, gettati nel tempo, collocati in un mondo e posti in mezzo agli altri”. Ha ragione Giglioli nell’osservare che

Piove all’insù, con la sua tenace volontà di riannodare i fili delle responsabilità, di riconoscere la propria identità negli errori che è stato non inevitabile ma giusto commettere (nessun orgoglio da reduce, nessun torcersi le mani da pentito), così isolato e atipico in un’Italia invasa dai noir, dalle cronache familiari e dai reportage, non è affatto il romanzo degli anni settanta. Non a tutt’oggi, almeno: quella generazione deve ancora meritarselo, come tutte, del resto.

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Fonte: minima&moralia
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