L’approccio “comprensivo” al complottismo

14/05/2024


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Siamo sicuri che sia proprio quella che viene misurata nei laboratori dei cognitivisti, la razionalità che una volta disattesa genera il complottismo?

La scorciatoia più frequente dell’approccio comprensivo è che ciò che abbiamo tutti in comune con i complottisti sono i bias cognitivi. Siamo tutti esseri umani e siamo tutti soggetti alle limitazioni e ai capricci della mente; limitazioni e capricci che ci rendono suscettibili a sbagliare sistematicamente previsioni e in generale a sostituire aspetti della realtà oggettiva con fantasie personali. La ricerca scientifica (psicologia cognitiva, neuroscienze) ha elaborato un vasto catalogo di illusioni tipiche, molte delle quali hanno a che vedere con l’incapacità della mente umana di modellare correttamente le probabilità, o più precisamente di modellare le probabilità in un ambiente cognitivo che non è più quello in cui e per cui la mente si è evoluta. Non abitiamo più in una “savana”, scrive Wu Ming 1, ma in una “società capitalistica – complessa e in overdose di informazioni – del ventunesimo secolo”.

Anche Leonardo Bianchi in Complotti! rifiuta di suddividere la società in un noi cittadini ragionevoli che sanno distinguere l’apparir del vero dalle superbe fole, e un loro “persone disturbate, ai margini della società, che vanno in giro con cappelli di carta stagnola in testa”. A supporto di tale scelta adduce una serie di ricerche incentrate sugli effetti dei bias.
Il ricorso ai bias mi pare un’arma a doppio taglio, perché proprio in virtù del fatto che pone tutti sullo stesso piano, può anche essere usata come giustificazione per sostenere che il popolo non sa governarsi perché afflitto dai bias. Inoltre, se è vero che indica una direzione di miglioramento nell’insegnare alle persone a riconoscere i propri bias, non è affatto chiaro come la consapevolezza di avere dei bias si traduca nella capacità o volontà di superarli (basti pensare al – prevedibilissimo – fallimento delle iniziative di correzione del bias razziale nella polizia statunitense).
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(Immagine via Edizioni Tlon)





Fonte: Il Tascabile
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