L’era di Internet è nata su un tappetone ambient

12/05/2023


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Fu sempre Toop a notare come, negli anni immediatamente precedenti all’uscita di Oceano di suono, la ambient era diventata, da semplice corrente musicale tra le tante, una “parola adesiva polisemantica che si attacca ovunque si posa”. Più che una musica era ormai un termine in codice, forse addirittura un movimento culturale. La sua grande fortuna non era tanto da ricercarsi nei postumi del dopo-rave, né poteva ridursi ai ciclici meccanismi di hype che da sempre determinano i gusti del pubblico pop. Erano semmai le sue qualità innate – tecnologia e pace dei sensi, elettronica pastorale e animismo tecnologicamente mediato – a fornire la dimostrazione pratica di quanto, in quel primo scorcio di evo internettiano, “l’elettronica, l’immateriale e la spiritualità sono diventati sinonimi”: un’equivalenza cara innanzitutto ai famigerati techno-sciamani di cui Toop rende testimonianza nel suo scritto del 1995, ma anche il dogma di tutti i più invasati esegeti del nuovo verbo digitale, convinti (ieri come oggi) che l’avvento di Internet altro non fosse che il preludio a una futura Coscienza Cosmica informaticamente implementata.

Non è questa la sede per approfondire quanto la musica elettronica, in particolar modo nelle sue varianti ambient, abbia influenzato alla radice la visione del mondo di tanti futuri guru della Silicon Valley, Basta un episodio: ancora nel 1995, in copertina della “bibbia di Internet” Wired finisce il padrino dell’ambient in persona, Brian Eno.
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