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“L’odio” e l’epicentro dell’ingiustizia

14/05/2024


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Dopotutto il problema non è mai stato la caduta, ma l’atterraggio. Kassovitz è magistrale nel mantenere alta l’attenzione, facendo degenerare situazioni innocue ma anche sfruttando il potenziale comico dei tre perdigiorno e dei numerosi personaggi grotteschi che punteggiano la loro odissea urbana.

La regia alterna campi lunghissimi e morbide visuali aeree con primissimi piani e totali soffocanti, in cui i personaggi sembrano stiparsi nell’inquadratura, ma non sfocia mai in virtuosismo tecnico fine a sé stesso, generando piuttosto un effetto schietto, talvolta spietato. Complice anche la fotografia in bianco e nero, decisa in post-produzione, L’odio è visivamente un film ruvido, di forti contrasti e contraddizioni destinati a non trovare una sintesi. Da un lato la periferia degradata, ma luminosa e accogliente, dall’altro la Parigi bene, immortalata con ammirazione in centinaia di opere, che diventa qui il tenebroso epicentro dell’ingiustizia.
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Fonte: Cinefilia Ritrovata
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