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“Māyā”, quel filo rosso (ed importante) tra Mace e Carlo U. Rossi

24/04/2024


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Poteva essere un disco diverso, credeteci: poteva essere più contemporaneo, più infarcito di brani fatti per essere hit, poteva essere più veloce, più pop-urban-con-cassa-in-quattro (quella che ha colonizzato tanto le radio quanto Sanremo), più furbo ed essenziale. D’altro canto con la parata di ospiti presente (da Gemitaiz a Gué, da Salmo a Fabri Fibra, da Frah Quintale a Franco 126, da Cosmo a Ernia, e sappiate che ne abbiamo citati meno della metà) le risorse per il “successone” macina-stream c’erano tutte. Tu-tte. Invece, “Māyā” è un disco che a prima vista interdice.

Interdice chi si aspettava (e/o voleva) l’instant-success: perché è un disco fuori dal tempo, debitore più della psichedelia rock anglo-americana anni ’60 e primi ’70 che di Lazza o Blanco, con molti momenti volutamente “lunghi”, volutamente rallentati, e molte stratificazioni demodé. Ma interdice anche chi come il sottoscritto Mace lo conosce e lo apprezza assai, e ne conosce la personalità e l’originalità: perché rispetto a “OBE” (bello!) e “Oltre” (per il gusto di chi vi scrive, ancora più bello!) è una notevole inversione di tendenza. In primis per il fatto di guardare molto al passato, come già detto prima, perché il flavour di psichedelia rock “storica” (…lo ha detto lo stesso Mace da più parti: “Durante la lavorazione del disco, ad un certo punto sembrava di essere sul palco dei Pink Floyd a Pompei”) è davvero pesantissimo, onnipresente; e poi perché – e questo è un riflesso – la scrittura della canzoni è piuttosto vintage anch’essa, col risultato che all’inizio hai l’impressione si sia più copiato che osato, in questo disco.
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Fonte: Soundwall
nel canale: musica