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Nadir’s Big Chance: quando Peter Hammill (non) inventò il punk

15/04/2024


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Con un impasto di frustrazione, rabbia impotente e malinconia albionica, Nadir’s Big Chance fotografa un’epoca al tramonto, affidando al nuovo che avanza una serie di indizi e suggestioni puntualmente raccolte. In realtà, il vago concept sul quale è basato (le peripezie di Rikki Nadir nella vana scalata al successo) rappresenta un pretesto per mescolare il senso di desolazione di quei giorni con critiche all’industria dello spettacolo di un’agilità sconosciuta a Roger Waters. Inoltre, ragiona sulla caducità dei rapporti umani e lo svanire dei sentimenti, recapitando premonizioni di un avvenire dietro l’angolo come ogni culto che si rispetti.

Significativo che a produrlo sia l’autore e ancor più che venga inciso di getto ai Rockfield Studios lungo la prima settimana del dicembre 1974, avvalendosi degli ex compagni, peraltro ospiti anche nei 33 giri precedenti. Ne derivano la coesione e l’energia che impreziosiscono arrangiamenti calibrati (chitarre e asciuttezza salgono in cattedra) e una penna in stato di grazia. Il resto ce lo mettono nuove urgenze espressive e accurato minimalismo, le atmosfere in magico bilico tra meditabondo e travolgente e un art glam’n’roll tanto viscerale quanto raffinato.
Gli alfieri in erba del post-punk prossimo venturo prendono nota della ricetta e di un impianto grafico che, curato dal nostro uomo sotto falso nome, consegna l’antitesi delle arcadie utopistiche di Roger Dean in una sfilata di istantanee seppiate ed elusive.
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Fonte: Humans vs Robots
nel canale: musica