Paralisi a tre voci: “Figli, figlie” di Ivana Bodrožić

24/04/2024


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Un discorso che verte sul trauma familiare e generazionale nella società croata contemporanea segnata dalla guerra d’Indipendenza Croata tra il 1991 e il 1995. Il titolo, chiaro indice del binarismo di genere che il romanzo desidera superare, è sintomatico dell’importanza del sesso biologico, anche nell’essere figli, e presuppone una certa invisibilità del femminile. Invisibilità che racchiude tutti i personaggi narranti in quanto di sesso femminile e perciò soggiogati da un’educazione che riconosce al maschio un diritto di supremazia.

Il primo è il caso di Lucija, secondogenita relegata a essere sempre meno del fratello Tomislav a causa del suo genere; vedi di non fare la diversa” (p. 37) è il primo monito che deve fronteggiare sin da bambina. Ormai ridotta a corpo immobilizzato dopo un terribile incidente stradale, Lucjia sente e comprende, ma le è negata ogni possibilità di espressione che va oltre un battito di ciglia e l’emissione di suoni gutturali. Il suo corpo non le appartiene, succube com’è di operatori sanitari poco attenti e una madre autoritaria che, nel ripetuto tentativo di prendersi cura di lei, la riduce a quella condizione di proprietà filiale dalla quale non può uscire e di cui sono testimoni solo una camicia da notte e la spazzola in legno che la differenziano dagli altri pazienti. Una condizione che è la stessa di tutta la sua vita e che impregna nel profondo ogni sua azione.
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Fonte: Andergraund
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