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Quando vinceva il mostro: un ricordo di Roger Corman

14/05/2024


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Nella sua celebre autobiografia (che porta a cento i film realizzati a Hollywood “senza perdere un dollaro”) la lavorazione di questi titoli porta in dote una voglia di fare accompagnata da un imperturbabile pragmatismo all’americana. Corman racconta una stagione precisa del cinema americano, quando l’apertura del mercato agli indipendenti dopo la promulgazione del Paramount Decree (che aveva infranto il monopolio in mano alle major) lo vide protagonista instancabile. Suo merito fu sempre quello di capire i funzionamenti del meccanismo produttivo, anche e soprattutto nel sottobosco più spietato delle realizzazioni a bassissimo costo, dove le decisioni devono essere rapide e i risultati capaci di massimizzare il risultato minimizzando i rischi.

In effetti, stante il divertimento nel leggere queste avventure, colpisce proprio il suo approccio totale alla macchina-cinema: Corman gira, qualche volta recita, di sicuro ha un occhio sempre molto attento alle circostanze e ai mezzi a disposizione, ma è pure consapevole di come il suo stile progressivamente si affina, è un lucido critico di sé stesso, lavora per realizzare ma anche per imparare e portare a casa un bagaglio di conoscenze che gli permetteranno poi sfide più autoriali. Dal flop di un film impegnato come L’odio esplode a Dallas (comunque poi mitigato dalle uscite home video qualche decennio dopo) capisce che la confezione deve essere innanzitutto attrattiva e in grado di catturare l’attenzione di un pubblico in cerca di disimpegno, cui magari poi far passare i messaggi più interessanti giocando con le metafore.
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