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Quella faticosissima avventura che è scrivere: intervista a Claudio Conti

27/05/2022


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Mi riaggancio a quei fenomeni naturali catastrofici che seguono la comparsa della riga, associandoli a un certo sentimento post-apocalittico che attraversa in misura massiccia la narrativa contemporanea, non soltanto italiana. Allora, con la premessa di considerare le macro-categorie dei generi letterari come dei ricchi calderoni e non delle gabbie in cui incasellare le opere, tu ritieni che il tuo romanzo si accordi a questo filone distopico così prolifico negli ultimi anni?

Non avendo scritto il romanzo con nessuno scopo programmatico, ovviamente non avevo neppure chiara la finalità di farlo rientrare in un genere letterario preciso. Molti di quelli che l’hanno letto l’hanno associato fin da subito al filone distopico, forse anche per comodità commerciali, e però quella della distopia è chiaramente una falsa pista, perché è solo come una di quelle armature che si montano intorno ai palazzi. La fantascienza è un vestito che nasconde altro, una miscela di altri generi che non sono affatto riconducibili alla sola fantascienza. Io volevo parlare dei sentimenti.
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Fonte: Il rifugio dell'ircocervo
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