Quello che noi non siamo, di Gianni Biondillo

24/09/2023


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Terragni, Pagano e tanti altri presero la tessera del partito, pensando, illusi, di poterlo cambiare dall’interno. Illusi, nei loro confronti il regime, Mussolini tennero un atteggiamento del bastone e della carota, cercando di accontentarli senza però mutare nulla, della loro visione neoclassica, imperiale, basata sulle antiche gloria della Roma imperiale. Glorie che si sarebbero presto spente sulle nevi della Russia o nel rovente deserto nel nord Africa.

Terragni, fascista perché nato col fascismo, si giustificava dicendo che “l’unica tirannia a cui doveva dare conto era quella della sua coscienza d’artista”. L’arte come strumento per lasciare un segno nella storia, come Caravaggio, come Michelangelo, chi se li ricorda oggi i tiranni, i papi e i vescovi?

L’architettura come missione, come pensava “Bepi” Pagano, dunque: “la vera missione dell’architettura doveva essere quella di intervenire nella vita quotidiana di tutti, migliorandola. Niente svolazzi artistici, niente eccezioni, niente architettura per pochi, niente manierismi, ogni edificio doveva sottoporsi, come la chiamava lui, alla schiavitù utilitaria, essere prima di tutto un servizio..”.
Ma erano solo illusioni: il regime li teneva d’occhio questi intellettuali scomodi, scomodi perché difficilmente controllabili, che erano poi in contatto con altri intellettuali ostili al regime, come Giuseppe Persico, napoletano trapiantato a Milano, vittima di un brutale pestaggio da parte di fascisti a cui non aveva nemmeno cercato di sottrarsi (“ecco l’agnello di Dio”).
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Fonte: unoenessuno
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