Recensione: Estranei di Yamada Taichi

15/05/2024


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Yamada inquadra dei dettagli, lo fa per noi – per suggerirci la verità o per ingannarci -, e poi ci fa guardare altro: siamo con Hideo e con i genitori, ma qualcosa ci sfugge, non riusciamo a mettere a fuoco certi sguardi che pure sappiamo che i tre si stanno scambiando. Lo sappiamo o lo stiamo immaginando?

È in quella suggestione che si dispiega la maestria di Yamada, nel farci immaginare l’orrore, nel renderci consapevoli che di reale non ci sia niente, eppure abbiamo paura.
In più di un passaggio, mentre l’autore sottolinea un’espressione, un sorriso obliquo o un movimento, mi è venuta la pelle d’oca.
«Non ho idea di cosa mi sia preso, ma stasera mentre me ne stavo sola nella mia casa vuota, di colpo non sono più riuscita a sopportare la solitudine; così, non so quante volte ho cambiato idea, ma alla fine ho deciso di venire. Cioè, ci pensi. In piena notte, in tutto l’edificio siamo soltanto uno o due. Fa paura. Io sto al terzo piano. Può venire lei da me, se preferisce.»
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Fonte: Leggimi nel pensiero
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