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Retorica e comicità: “Un mondo a parte” di Riccardo Milani

10/04/2024


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Una terza via ermeneutica possibile, infine, riguarda il rapporto che instaura con il genere più storicizzato di tutta la storia del cinema italiano: la commedia, in questo caso declinata nelle forme ibride della parodia, della commedia di costume e della satira. Ed è qui che i nodi più problematici vengono al pettine. Perché il film mostra tutti i limiti di un cinema che cerca di raccontare il Paese con strumenti collocati agli estremi opposti: da una parte la messa in burla e la riduzione dei conflitti al grado dell’ironia barzellettistica (il che, beninteso, non è pratica da demonizzare sempre: anche Un mondo a parte riesce talvolta a conciliare intelligenza e risate basse-comiche), in ossequio a quella che, secondo Gianni Canova, è l’«atavica propensione degli italiani a ridere di tutto e di tutti, a risolvere tensioni e conflitti nello scherno perenne, nello sberleffo e nello scaracchio, che alla fine tutto assolve e tutto dimentica»; dall’altra le armi retoriche dell’intemerata e del rimprovero polemico. Il problema è che queste due risorse antitetiche (la celia buffonesca e la retorica esplicativa) escludono tutte quelle sfumature intermedie che dovrebbero invece incorporare il divertimento più che la canzonatura, la dialettica più che la retorica, l’autenticità del sentimento più che la nostalgia dolceamara appiccicata forzosamente.
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